(di Alberto Cristani)
Il calcio italiano continua a vivere tra crisi economiche, proprietà incerte e tifoserie sempre più distanti dalle scelte dei club. Eppure, ogni tanto, arriva una storia che dimostra come una visione moderna possa cambiare il destino di una società.

È il caso del Venezia Football Club, presieduto dalla top manager italo-americana Francesca Bodie, che sarebbe pronto a investire circa 100 milioni di euro per consolidare la presenza in Serie A, aprendo al tempo stesso una nuova fase societaria con una presidente donna e una struttura manageriale sempre più internazionale.
Non è soltanto una questione di soldi. Venezia ha costruito negli ultimi anni un’identità riconoscibile: marketing internazionale, valorizzazione del brand cittadino, collaborazioni commerciali innovative e una comunicazione capace di parlare anche fuori dall’Italia. La squadra lagunare è diventata un simbolo di modernità calcistica, riuscendo a trasformare la propria unicità territoriale in un valore economico e culturale.
La domanda nasce spontanea: perché l’Hellas Verona – del presidente Italo Zanzi e gestita dalla Presidio Investors – non si riesce a replicare un percorso simile?
Verona, senza nulla togliere a Venezia, ha una tradizione calcistica senza dubbio più radicata e prestigiosa, con lo scudetto che resta una delle imprese più romantiche della storia del calcio italiano. Il tifo gialloblù è tra i più passionali d’Italia (e non solo) e lo stadio Bentegodi continua a richiamare sempre un grande pubblico.
Eppure Verona sembra vivere costantemente in equilibrio precario. Salvezze conquistate con il coltello tra i denti, plusvalenze necessarie per sopravvivere, programmi sportivi che cambiano ogni stagione. La sensazione è che manchi una progettualità capace di guardare oltre l’emergenza.
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Il confronto con Venezia diventa inevitabile soprattutto sul piano della visione. Da una parte un club che punta su investimenti, immagine internazionale e crescita strutturale. Dall’altra una realtà che troppo spesso appare bloccata in una gestione conservativa, dove l’obiettivo primario resta limitare i danni.
Verona avrebbe tutte le caratteristiche per attrarre investitori di alto livello: una città conosciuta nel mondo, un bacino tifosi enorme, una storia calcistica prestigiosa e una posizione strategica nel Nord Italia. Eppure manca quel salto culturale che permetta di trasformare il club in un progetto moderno e ambizioso.
Negli anni qualcosa si è mosso, anche attraverso iniziative dal basso come il progetto Verona col cuore, nato con l’idea di avvicinare maggiormente i tifosi alla vita societaria. Ma senza una vera convergenza tra proprietà, istituzioni e imprenditoria locale, ogni tentativo rischia di restare isolato.
Il punto non è imitare Venezia. Le due realtà sono profondamente diverse. Ma osservare ciò che accade in laguna dovrebbe accendere una riflessione: nel calcio moderno non basta più sopravvivere. Servono identità, investimenti, strutture e soprattutto coraggio.
Perché Verona ha dimostrato tante volte di poter stupire sul campo. Ora dovrebbe iniziare a farlo anche fuori.





