Calcio, Editoriale

EDITORIALE – Hellas: 123 anni di storia e un futuro tutto da decifrare

15 Aprile 2026 · 11:33

(di Alberto Cristani)

Dispiace tornare a parlare dell’Hellas Verona in termini prevalentemente negativi. Oggi il clima attorno alla squadra somiglia sempre più a un “tiro al bersaglio”, al quale partecipano con evidente soddisfazione tutti coloro che, negli anni, hanno dovuto convivere con il peso mediatico, politico ed economico del club più seguito della città e della provincia.

Eppure, l’inizio della stagione raccontava tutt’altra storia. L’arrivo della nuova proprietà, una campagna acquisti ricca di profili interessanti e la solita, incrollabile passione della tifoseria avevano creato un contesto carico di aspettative. Sembrava esserci tutto per aprire un nuovo ciclo. Invece, nel giro di poche settimane, quell’entusiasmo si è sgretolato, lasciando spazio a dubbi, frustrazione e disillusione.

Limitarsi ad attribuire tutto ai risultati sarebbe riduttivo. Certo, la classifica ha parlato chiaro sin da subito, delineando uno scenario preoccupante. Ma dietro il rendimento sportivo si intravede un problema più profondo, strutturale, che riguarda visione, scelte e identità.

Il limite del “modello Sogliano”

Per anni il cosiddetto “modello Sogliano” ha rappresentato una garanzia: scovare talenti all’estero a basso costo e valorizzarli in Serie A, generando plusvalenze fondamentali per la sostenibilità del club. Un sistema che ha permesso all’Hellas di restare competitivo e di costruire uno dei cicli più lunghi della sua storia recente.Tuttavia, ogni modello ha un limite, soprattutto quando viene replicato senza adattamenti.

La domanda che oggi emerge con forza è semplice: se questo sistema era così efficace, come si è arrivati a un’esposizione finanziaria così pesante? E ancora: riproporlo integralmente è stata una scelta strategica o una necessità dettata dal bilancio?
La sensazione è che l’aspetto economico abbia prevalso su quello sportivo. La costruzione della rosa è apparsa più orientata al potenziale mercato che alla funzionalità in campo. E quando il progetto tecnico passa in secondo piano, le conseguenze diventano inevitabili.

HELLAS DICE SI ALLA CANDIDATURA DI MALAGO’ ALLA PRESIDENZA DELLA FIGC

Qualità senza identità

Uno degli elementi più evidenti di questa stagione è il paradosso tra qualità tecnica e rendimento. Sulla carta, molti dei nuovi arrivi possiedono caratteristiche anche superiori rispetto a diversi predecessori. Eppure, in campo, questa qualità non si è mai tradotta in solidità o continuità.Il problema sembra risiedere nell’assenza di identità.
Negli anni passati, anche nei momenti difficili, la squadra mostrava compattezza, spirito di sacrificio e senso di appartenenza. Oggi, invece, troppo spesso si è vista una squadra fragile, disunita, incapace di reagire alle difficoltà.

Quando manca il legame con la maglia, quando il gruppo non si riconosce in un obiettivo comune, anche il talento individuale perde efficacia. E così, partita dopo partita, la squadra ha smarrito non solo punti, ma anche credibilità.

Più apparenza che sostanza


In un contesto già complicato, anche la comunicazione del club ha contribuito ad aumentare la distanza con l’ambiente. Negli ultimi anni si è puntato sempre più sull’impatto visivo e meno sulla profondità dei contenuti. Messaggi costruiti per colpire nell’immediato, slogan accattivanti, presenza costante sui social. Tutto funziona quando i risultati accompagnano. Quando però la squadra perde, questo tipo di comunicazione rischia di apparire vuota, se non addirittura irritante.

Raccontare le storie dei giocatori, il loro percorso umano, le difficoltà e le motivazioni avrebbe probabilmente aiutato a creare empatia. Invece, si è scelto di restare in superficie. Anche il rapporto con i media si è progressivamente irrigidito, riducendo occasioni di confronto e alimentando una percezione di distanza.

Giovani sempre più lontani

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il rapporto con le nuove generazioni. Il calcio non è più automaticamente il punto di riferimento assoluto per i giovani. Oggi ragazzi e bambini sono attratti da una pluralità di sport e stimoli, spesso più dinamici e accessibili.

Pensare di mantenere il loro interesse solo attraverso i social o iniziative sporadiche è un errore. Serve un coinvolgimento reale, diretto, capace di trasmettere emozioni e valori. Incontri autentici, esperienze condivise, contatto umano.Senza questo legame, il rischio è quello di perdere progressivamente terreno. E una squadra che non riesce a parlare ai giovani perde una parte fondamentale del proprio futuro.

Ripartire con idee chiare

Guardando avanti, le opinioni si moltiplicano. C’è chi chiede continuità, chi invoca una rivoluzione, chi sogna ritorni illustri e chi preferirebbe nuove scommesse. Ma al di là delle singole posizioni, ciò che serve davvero è una linea chiara.Il punto di partenza deve essere un progetto sportivo credibile, costruito su basi solide e coerenti. Valorizzare il vivaio, puntare su giocatori motivati, ricostruire uno spogliatoio unito. Elementi semplici, ma fondamentali.

La Serie B è un campionato difficile, lungo, spesso imprevedibile. Non basta il talento, servono carattere, organizzazione e identità. E soprattutto serve pazienza.

Tornare alla realtà

Negli anni Ottanta una pubblicità recitava: “Potevamo stupirvi con effetti speciali… ma noi siamo scienza, non fantascienza.”
Ecco, forse il messaggio più importante è proprio questo: mettere da parte le illusioni, le apparenze, lustrini e scorciatoie e iniziare a ricostruire passo dopo passo.Una squadra non si rilancia con effetti speciali, ma con lavoro quotidiano, idee chiare e coerenza. Ritrovare autenticità, dentro e fuori dal campo, è la condizione necessaria per ripartire.

Perché alla fine, ciò che i tifosi chiedono non è vincere a tutti i costi, ma riconoscersi nella propria squadra. E senza questo legame, nessun progetto può davvero durare.

ARTICOLI CORRELATI