Editoriale

Mancini e la Nazionale: una scelta tra continuità e interrogativi

29 Luglio 2026 · 14:24

(di Alberto Cristani)

La scelta di Roberto Mancini come ‘nuova’ guida tecnica della Nazionale italiana arriva al termine di un percorso tutt’altro che lineare, segnato da valutazioni, contatti e ripensamenti che hanno accompagnato la fase di transizione del calcio azzurro.
Una decisione finale che porta con sé la firma di Giovanni Malagò, ma anche il peso di un sistema chiamato a trovare – si spera – una soluzione definitiva, credibile, autorevole e immediatamente riconducibile a risultati tangibili.
Dopo giorni di incertezze, serviva un profilo capace di restituire stabilità, identità e un orizzonte tecnico chiaro. In questo senso, la scelta finale ha una sua logica: puntare su un allenatore che conosce l’ambiente, sa gestire la pressione e ha già dimostrato di poter costruire un gruppo vincente. In questo quadro si inserisce anche la nuova figura del direttore tecnico Claudio Ranieri, uomo di sport con una carriera lunghissima ad altissimo livello, chiamato a portare equilibrio, competenza e visione d’insieme in un ruolo strategico per il coordinamento del progetto azzurro. E, come sembra, a Mancini e Ranieri verrà affiancata un’ulteriore figura di carisma che sappia raccogliere le eredità di due icone come Gigi Riva e Gianluca Vialli (sarebbe bellissimo e utile vedere Roberto Baggio in questo ruolo n.d.r.)

Prima di arrivare a questa soluzione, però, non sono mancati gli intrecci. Tra le ipotesi circolate, ha fatto discutere anche la proposta legata ad Andrea Pirlo, sostenuta a spada tratta da Paolo Maldini e Leonardo.
Idea affascinante, per il carisma e per la sua immagine internazionale, ma che lasciava aperti più di un interrogativo – a prescindere dalla vicenda Fonbet – perché il suo percorso in panchina non offriva certezze sufficienti per una Nazionale in cerca di solidità e identità.
E proprio questo passaggio, la volontà del presidente Malagò ha fatto la differenza, con buona pace di Maldini e Leonardo che, vistisi spalle al muro, hanno rassegnato le dimissioni dopo soli 16 giorni.Il ritorno di Mancini, al netto della profonda amicizia con il presidente FIGC, appare comprensibile. I suoi meriti tecnici sono evidenti: ha dato alla Nazionale un’identità, un gioco riconoscibile e la capacità di affrontare le grandi competizioni con ambizione, fino all’apice dell’Europeo vinto. Sa costruire gruppo, valorizzare giovani giocatori e non ha paura di ‘rischiare’.Certo, il suo addio alla Nazionale per l’esperienza negli Emirati Arabi è una macchia che non si può far finta di non vedere. Una scelta che aveva lasciato amarezza e che aveva incrinato il rapporto con buona parte dell’opinione pubblica. Al tempo stesso, però, è realistico riconoscere che davanti a un’offerta da 25 milioni di euro, siamo onesti, è complicato ragionare solo in termini ideali: certe cifre parlano da sole e rendono ‘comprensibili’ anche decisioni controverse.

Il punto, semmai, non è soltanto ciò che accadde, ma come venne gestito sul piano della comunicazione e dei tempi.Ed è proprio qui che si apre il nodo più delicato: non tanto i nomi scelti, quanto il metodo. In una fase così importante per il calcio italiano, sarebbe stato auspicabile un percorso più trasparente, più ordinato e più leggibile all’esterno. Perché una Nazionale forte non si costruisce solo con il CT giusto o con un DT di grande esperienza, ma anche con una visione chiara, condivisa e coerente nei tempi e nelle modalità. Sperando che i club di serie A, che avrebbero voluto Antonio Conte, non si mettano di traverso e garantiscano sostegno vero e fattivo al Mancini bis.La scelta finale, dunque, convince soprattutto per ciò che garantisce nell’immediato: esperienza, prestigio, continuità e ora anche una guida tecnica allargata, grazie alla presenza di un direttore tecnico abituato a gestire spogliatoi, pressioni e contesti internazionali.
Lascia però aperta una domanda che resta sullo sfondo: il calcio italiano ha davvero sfruttato questa occasione per progettare il futuro, o si è limitato a scegliere la strada più rassicurante?
La palla ora passa a Roberto Mancini, sperando che la sappia gestire come quando giocava, ovvero con classe, fantasia e giocate illuminanti.

Perché il calcio italiano ha disperatamente bisogno di ritornare nell’élite del calcio mondiale, non per curriculum ma per meriti.

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