Calcio

L’OPINIONE – Caso Orban: siamo sicuri la colpa sia solo sua?

21 Aprile 2026 · 12:19

Chiariamo subito: quello che ha fatto Gift Orban domenica dopo la partita Verona-Milan, ovvero l’aggressione a un tifoso che lo voleva fermare per un autografo (con un pugno sul cofano della macchina e, forse, con un insulto…) è un fatto grave. Fine. Se giochi a certi livelli, perdere la testa così non è accettabile.
Soprattutto se, come purtroppo è accaduto, ad assistere alla deprecabile scena c’erano dei bambini.
Fermarsi a questo giudizio è però a mio avviso, troppo semplice e comodo.
È la scorciatoia classica: trovi il colpevole, lo metti alla gogna, chiudi il discorso e tutti a casa tranquilli.
Un episodio del genere, a Verona, a memoria, non si è mai visto. E proprio per questo, è giusto metterlo in chiaro, non racconta la normalità.
E proprio perchè si tratta di un fatto unico, merita di essere letto meglio.
Il copione invece è sempre quello: “gesto folle”, caso chiuso.

L’Hellas Verona viene da una stagione complicata, piena di tensioni. E quando le cose vanno male, il rapporto con i tifosi cambia: il sostegno diventa pressione, l’appartenenza si trasforma in giudizio costante. Fischi, insulti, accuse. Tutto normale, tutto ‘giustificato’ no? Ecco: forse no.

Orban, il ragazzo di 23 anni contro il mito del calciatore perfetto

Dall’altra parte c’è un 23enne, Gift Orban, sicuramente privilegiato, strapagato e tutto quello che vuoi. Ma sempre 23 anni ha. E il calcio pretende che a quell’età tu sia tutto insieme: atleta top, personaggio pubblico, parafulmine mediatico e pure esempio impeccabile.
“Invece di giocare pensa a fare i balletti su Tik Tok!” è uno dei commenti più ricorrenti.
Dove sta scritto che un giocatore, nel tempo libero, non possa ballare? Siamo sicuri che i suoi video (possono piacere o meno, sia chiaro…) possano influenzare il suo rendimento sul campo?
Di certo, se l’Hellas fosse a metà classifica e Orban avesse segnato 20 gol, nessuno direbbe nulla. Anzi.
Da un giovane giocatore si pretende sempre il massimo: siamo però sicuri che gli venga insegnato davvero come si fa?

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Le società allenano i corpi: e le menti?

A tal proposito, le società che fanno? Oltre a preparare tutto nei minimi dettagli ‘sul ‘per il campo’, siamo sicuri che siano umanamente vicini ai propri atleti? Supporto psicologico, gestione dei conflitti, rapporto con l’ambiente: qualcuno segue queste cose?
Sia chiaro: Orban ha sbagliato, e pagherà. Ma liquidarla come una follia del singolo serve solo a non farsi domande. Perché il punto, quello scomodo, resta: non è solo colpa sua. È un ambiente che spinge, esaspera e poi si lava le mani. Che pretende autocontrollo totale, ma offre sempre meno strumenti per averlo.

Qualche settimana fa, analizzando la stagione catastrofica dell’Hellas Verona scrivevo: “In un contesto già complicato, anche la comunicazione del club ha contribuito ad aumentare la distanza con l’ambiente. Negli ultimi anni si è puntato sempre più sull’impatto visivo e meno sulla profondità dei contenuti. Messaggi costruiti per colpire nell’immediato, slogan accattivanti, presenza costante sui social. Tutto funziona quando i risultati accompagnano. Quando però la squadra perde, questo tipo di comunicazione rischia di apparire vuota, se non addirittura irritante. Raccontare le storie dei giocatori, il loro percorso umano, le difficoltà e le motivazioni avrebbe probabilmente aiutato a creare empatia. Invece, si è scelto di restare in superficie. Anche il rapporto con i media si è progressivamente irrigidito, riducendo occasioni di confronto e alimentando una percezione di distanza“.

Molti vogliono Orban fuori rosa e via dal Verona e da Verona. Io invece sarei contento che la società prima lo punisse e poi puntasse su di lui per ritornare in serie A: sarebbe un bel momento di maturazione e crescita.
Per Gift e per la Presidio.

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