(di Donato Cafarelli – Foto: Mind League)
Salute mentale e sport. Due parole rimaste per anni distanti anni luce l’una dall’altra, tabù se messe insieme. In tempi più recenti tuttavia le testimonianze tanto di ex-campioni quanto di atleti all’apice della propria carriera – un nome su tutti: la ginnasta americana Simone Biles – hanno aperto un vaso di Pandora sulla condizione psicologica degli sportivi e del suo impatto sulle prestazioni.

Diverse realtà si stanno quindi muovendo per promuovere il tema del benessere psicologico in ambito sportivo e formare i campioni e le campionesse del domani. Una di queste è Mind League, un progetto di innovazione sociale nato a Milano, con il supporto dell’Università Milano-Bicocca, grazie a tre giovani professionisti. Con uno di loro, Nicholas Napolitano, abbiamo approfondito meglio quello che, nonostante tutto, è ancora oggi uno stigma.
Nicolas, com’è nato Mind League e con chi hai avviato questo progetto?
Mind League nasce a seguito di varie altre esperienze che io e la project leader Federica Aceto abbiamo portato avanti nel corso degli ultimi anni in merito alla promozione del benessere psicologico giovanile. Il terzo founder, Daniele Pili, ci ha proposto di andare a indirizzare un’azione concreta sul benessere psicologico in chiave sportiva per supportare i giovani atleti. È un progetto che coglie il nostro interesse a creare consapevolezza attiva sia dentro che fuori lo sport, collegandosi anche ad altri ambienti come scuola e mondo del lavoro.
Qual è la mission di Mind League?
Si divide in due anime. La prima è quella di fornire strumenti concreti di consapevolezza attiva e sensibilizzazione, per integrare la salute mentale all’interno della pratica sportiva quotidiana giovanile. L’altra è un obiettivo ancora più ambizioso: arginare lo stigma sulla salute mentale dentro e fuori lo sport. Un tema che cerchiamo di portare avanti in collaborazione con tante altre realtà. Per la prima parte, abbiamo creato una piattaforma formativa dedicata agli operatori sportivi per andare a fornire contenuti che si integrano con la loro formazione tecnica.
Collaborare anche con le ASD e se sì, in particolare di uno sport?
Ci siamo rivolti a tutte le associazioni sportive, basandoci su una divisione territoriale. Le ASD sono chiaramente un nostro importante alleato perché vogliamo fornire supporto ai loro operatori e chiaramente rappresentano un polo importante con cui collaborare per diffondere consapevolezza all’interno dei loro ambienti.
Quali sono le prospettive di espansione geografica nel breve e lungo termine?
Mind League nasce a Milano. L’Università Milano-Bicocca ci ha supportato nella fase iniziale con la campagna di crowdfunding, grazie alla loro iniziativa di terza missione BiUniCrowd. Ci sono diversi dati che testimoniano quanto la salute mentale sia cruciale nello sport, così come in tutti gli ambienti socioeconomici. L’ambiente sportivo rappresenta però un polo importante dove poter concretizzare azioni di consapevolezza. Io, essendo di Roma, riesco ad ampliare un po’ anche l’orizzonte ma in generale vogliamo espandere Mind League inizialmente nelle maggiori città italiane. Fermo restando che, essendo un progetto che ha una forte anima online, in realtà si può diffondere a livello nazionale da subito.

Quali sono i moduli avete fatto finora e quali sono le attività che pensate in futuro di implementare?
I moduli sono stati creati a seguito di una interlocuzione e collaborazione con esperti del benessere psicologico e si inseriscono in un’ottica complementare rispetto alla formazione tecnica. Non vogliamo creare ridondanza, ma un valore, attualmente visto come aggiunto, che in realtà vogliamo rendere di base. I contenuti sono ad esempio dedicati alla body confidence; ai disturbi alimentari; a gestire il feedback in maniera empatica; gestire la resilienza sportiva; il ciclo del dolore; la prevenzione degli infortuni e anche il benessere emotivo legato alla gestione delle performance. Ce ne sono altri che avremo modo di sviluppare con il supporto di altre realtà, perché è importante per noi far presidiare un argomento da esperti che ne possano poi dare anche una facile transizione all’interno dell’ambiente sportivo.
Spesso abbiamo intervistato giovani atleti che devono conciliare sport e studio. Dato che bilanciare questi due impegni tocca inevitabilmente il tema della salute mentale, dalla vostra esperienza, di cosa c’è ancora bisogno?
Lo sport ti dà sicuramente modo di sfogare o caricare energia, ma è importante anche creare i presupposti perché questo elemento positivo possa emergere perché altrimenti capita il contrario. Nel mondo universitario ci sono programmi di dual career, abbiamo visto come questo funzioni e andrebbe sicuramente esteso a livello di istruzione superiore e media. Ci sono i licei di indirizzo sportivo che chiaramente fanno di questo equilibrio un’importante leva, però in tutti i contesti giovanili, dove si deve andare a conciliare anche la parte di crescita, è importante supportare loro e in generale chi è coinvolto nella formazione. In più adesso le nuove generazioni sono molto più stimolate, essendo nativi digitali. Occorre tenere presente anche questa condizione.
Quanto è importante il fatto di essere una realtà sulla salute mentale che si sta inserendo in una rete che a sua volta si sta creando di recente?
Sostanzialmente è più importante dell’azione che facciamo. Essere ecosistema prima di essere progetto è un qualcosa che professiamo tanto, soprattutto per la mission di arginare lo stigma. Quello che può essere un nostro competitor, o qualcuno che fa la stessa cosa anche in forma parziale, rappresenta un valido alleato perché ha una propria expertise e può metterla a fattore comune. Il nostro obiettivo è sensibilizzare i giovani e formare gli operatori sportivi, non essere coloro che affossano tutte le altre realtà. È proprio il contrario. Creare ecosistema è la massima espressione di quello che possiamo fare per arrivare a conseguire le nostre mission.
Questo tuo interesse nasce da una tua esperienza da sportivo che si è dovuto scontrare con lo stigma della salute mentale o dalla tua attenzione verso il tema della salute mentale sei arrivato al mondo sportivo?
Personalmente parlando lo sport ha molto aiutato a uscire fuori anche da un punto di vista di consapevolezza emotiva. Uno dei motivi per cui mi sono iniziato a prodigare a queste tematiche è proprio perché la mancanza di consapevolezza mi ha impedito di conoscere me stesso in chiave emotiva e mi sono messo in difficoltà da solo. Se io posso fornire un supporto ai giovani di oggi in maniera che anche solo lo 0,1% dei problemi che ho avuto non venga percepito dagli altri, allora ho fornito un valore concreto. Il benessere psicologico per noi è un diritto che deve essere tutelato e deve essere un valore di base. Per questo utilizziamo lo slogan “La salute mentale scende in campo” perché proprio portarla “dentro” il campo ci permette di aumentare l’attenzione sul tema.
Qual è l’obiettivo numero uno del vostro 2026?
Sicuramente far conoscere la piattaforma agli operatori sportivi, alle ASD e iniziare a collaborare insieme. Creare insieme un movimento che possa aiutarci a diffondere ancora di più non solo di cosa vuol dire “portare il benessere psicologico in campo” ma anche gli effetti positivi di questo stesso movimento.





