(di Alberto Cristani)
Domenica 19 aprile il Verona Rugby ha chiuso definitivamente i battenti: al termine dell’ultima partita, persa 31-41 contro il Calvisano al Payanini Center, i tifosi hanno detto addio ad una squadra e ad un progetto nato nel 2016 con l’idea di portare il rugby scaligero ad alti livelli.
Isolamento gestionale, mancanza di un reale riconoscimento del modello sportivo, ostacoli e resistenze da parte anche delle amministrazioni locali; queste le cause che hanno spinto la presidente Raffaella Vittadello a dire basta.
Per fare chiarezza sulla vicenda e per capire quali scenari si stanno delineando, abbiamo intervistato Davide Adami, memoria storica del rugby veronese (premiato con l’Ovale d’oro FIR n.d.r.) che ha giocato nel CUS Verona Rugby dai 14 ai 33 anni, diventandone poi allenatore, dirigente vicepresidente e presidente. Dal 2022 Adami è presidente del CUS Verona, succedendo al compianto Danilo Zantedeschi.

Davide, e così finisce la storia di Verona Rugby …
Già, Verona Rugby, così come è stato conosciuto dal 2016 a oggi, chiuderà definitivamente la propria esperienza a fine giugno anche se, la partita di domenica scorsa con Calvisano, ha già, di fatto, ufficializzato la cosa. È comunque una decisione anticipata già a fine febbraio dalla presidente Vittadello. Tuttavia, non parlerei assolutamente di ‘fine’ del rugby veronese. Infatti, proprio da questa situazione, sta nascendo una forte e condivisa volontà di salvare il progetto sportivo e dare continuità a quanto costruito in questi anni, mantenendo una squadra in serie A. Quando 10 anni fa decidemmo come CUS Verona Rugby di cedere il titolo al Verona Rugby, con una scelta che ritengo ancora oggi giusta per allora e che rappresentava un coronamento e un upgrade fondamentale per il rugby a Verona, il Cus aveva 15 squadre, di cui tre Seniores di cui una in serie A e una Femminile, Giovanili e Minirugby con squadre doppi e 350 atleti. Ecco perché questa, si spera momentanea, interruzione della storia del rugby veronese è particolarmente dolorosa, specialmente per il sottoscritto.
Ecco perché ti sei fatto avanti cercando fin da subito una soluzione…
Beh, non solo io sia chiaro. Chi oggi si sta muovendo per salvare il rugby veronese è mosso da un senso di responsabilità civile e sociale, che va oltre il discorso sportivo. Siamo spinti a cercare di dare una mano per non perdere questa eredità sportiva nata nel 1963. Sia chiara pero una cosa: non voglio dare giudizi sulla scelta della presidente Raffaella, anche se sarebbe stato meglio avere la possibilità avere più tempo per poter costruire una exit strategy.
Chi si sta muovendo concretamente per evitare che tutto vada perso?
Un gruppo di persone si è già attivato per costruire una nuova società. Tra i protagonisti ci sono Zane Ansell, storico riferimento tecnico e direttore dell’Academy, e Filippo Baldi, impegnato nella comunicazione e nelle relazioni esterne. Insieme ad altri dirigenti e appassionati, stanno lavorando per dare forma a una nuova realtà che possa raccogliere l’eredità del Verona Rugby e portarla avanti.
Qual è l’obiettivo di questo nuovo progetto?
L’obiettivo è chiaro: non disperdere un patrimonio sportivo, umano e formativo costruito in anni di lavoro. Si vuole garantire continuità a centinaia di ragazzi, famiglie e tecnici, mantenendo viva un’esperienza che ha portato Verona ai vertici del rugby italiano, con squadre competitive e un settore giovanile di alto livello.
Che ruolo avrà il territorio in questa ripartenza?
Il nuovo progetto sarà fortemente aperto e radicato nel territorio. In questo senso è fondamentale la collaborazione con Verona Ovale, una franchigia che già riunisce Scaligera Rugby Verona, Dingo Rugby Club e CUS Verona Rugby. L’idea è quella di superare divisioni e “orticelli”, creando una rete condivisa che permetta a tutti i giovani di praticare rugby in un contesto coordinato, inclusivo e di qualità. È innegabile che la difficoltà del Verona Rugby di legare con il territorio ha rappresentato uno nodo critico nel progetto.
Ci saranno sinergie anche sugli impianti, visto che il Payanini Center non sarà più la casa del rugby veronese?
Sì. Il Cus Verona e il Comune stanno lavorando per mettere a disposizione i campi di Parona, garantendo spazi adeguati per allenamenti e attività. Questo rappresenta un passaggio fondamentale per rendere sostenibile il nuovo progetto, anche in assenza, almeno inizialmente, del Payanini Center.
PER SALVARE IL RUGBY VERONESE SI MUOVE ANCHE IL SINDACO TOMMASI?
Il settore giovanile resta una priorità?
Assolutamente. Il cuore del progetto è proprio la formazione. Si punta a mantenere un’Academy di alto livello, aperta anche a giocatori provenienti da altre società, per continuare a sviluppare talenti e offrire opportunità concrete di crescita sportiva e personale.
E poi c’è la prima squadra…
Certo, è uno degli obiettivi. Tutto però dipenderà dalle risorse disponibili. Mantenere una squadra in Serie A richiede un impegno economico importante. La volontà c’è, ma si stanno valutando tutte le opzioni, compresa una possibile ripartenza graduale.
Possiamo quindi tranquillizzare gli appassionati e gli sportivi: il rugby veronese d’eccellenza e di qualità non sparirà…
Assolutamente! La chiusura del progetto Verona Rugby non influirà sul futuro della palla ovale veronese. Non è una fine, ma una trasformazione. C’è una mobilitazione concreta per salvare il progetto, costruire una nuova società e coinvolgere il territorio in modo più ampio e collaborativo. Il rugby a Verona vuole continuare a esistere, e questa volta con basi ancora più condivise e solide.





