Calcio, Editoriale

Editoriale #87/2 – Cosa insegna la vittoria di Cantù

07 Luglio 2025 · 7:48

L o sport veronese deve soltanto dire grazie a tantissimi mecenati – dai grandi capitani dell’industria alle famiglie che hanno costruito dal basso realtà che hanno raggiunto risultati clamorosi – che per inseguire la propria passione hanno costruito una realtà bella e forte a Verona in tantissime discipline portando a casa coppe europee, campionati nazionali ecc permettendo a tantissime ragazze e ragazzi di formarsi e di inseguire i propri sogni.

Quindi, quanto segue non va letto come una censura o la negazione di quanto fatto. Non parleremmo nemmeno di sport se non ci fossero stati quei mecenati – più o meno famosi, più o meno grandi – tutti egualmente importanti. Il punto è un altro e – a pensarci bene – non è nemmeno in contraddizione con quanto sopra: è possibile un altro modello societario che tenga insieme nel prossimo futuro la passione dell’imprenditore, quel- la del tifoso e quindi del territorio, e le necessità di bilancio così da costruire nuovi cicli di lungo periodo?

Il pericolo per lo sport locale, infatti, sta proprio nella struttura societaria e nella forza economica che un club può esprimere. Sino ad oggi il modello è stato tutto sommato vincente: volontariato, ingegno, capacità di relazioni, competenze diffuse, un pizzico di follia. Ma da qualche anno c’è qualcosa di nuovo: questo modello di conduzione può essere facile preda di imprese sportive più strutturate, internazionali, con capitali e manager che conoscono il business e vogliono farlo qui. Nel calcio i club professionistici finiti in mani estere sono tantissimi.

Nel basket ce ne sono già quattro: Varese, Napoli (con Shaquille O’Neal fra i possibili partner), Trieste e Pistoia. Ingressi che confermano quanto sia valido lo sport italiano e quanto sia poco valorizzato economicamente.
C’è un doppio pericolo: un mordi-e-fuggi tipico di progetti a breve termine e lo svuotamento del rapporto territorio-squadra.
La domanda diventa, nuovamente, come tenere insieme business di lungo periodo e territorio.

La riposta possibile sta in un modello di azionariato diffuso che inizia a fare i suoi primi passi anche da noi: la Clivense oggi ChievoVerona (con 900 piccoli azionisti veronesi e non in affiancamento al nocciolo duro dei soci maggiori) con all’orizzonte anche la realizzazione di un proprio centro sportivo con annesso stadio; la Aquila Trento di pallacanestro che milita in A1 ed ha appena vinto la Coppa Italia e lo scudetto U17 e vede nel suo azionariato la Fondazione che racchiude l’anima originaria del team, col 20% delle quote; il CAST (Consorzio Aquila Sport Trentino), un pool di 103 imprese (target 140 consorziati a fine 2026) che controlla il 40% del capitale; il TRUST formato da semplici tifosi che possiede il restante 40%.

Un modello analogo lo propone anche la Pallacanestro Cantù – fresca neopromossa in A1 – . In questo caso, il capitale sociale vede Cantù Next Spa col 40% delle quote; Cantù Sport Holding Srl col 37.73% del capitale e Tutti Insieme Cantù Srl, ovvero i tifosi che hanno comprato la società sportiva dal precedente proprietario, col 22.27% delle quote. Cantù Next racchiude le società che stanno realizzando la nuova Cantù Arena: un progetto da 51 milioni€ che permetterà di ospitare degnamente la squadra italiana più vincente del basket col campo di gara e uno di allenamento, uno esterno per il 3×3, sky boxes, un ristorante e uno store e potrà essere facilmente convertita per gestire convegni, tornei di tennis, di hockey su ghiaccio, di volley, manifestazioni fieristiche…il modello dei ricavi quindi si allarga: non più soltanto biglietti e merchandising della squadra ma un business a tuto tondo, tutto l’anno, con l’affitto di spazi e la vendita di nuovi servizi a valore.

Potrebbe questo modello applicato maggiormente anche a Verona? Forse sì, forse so. E la risposta non dipende soltanto dalle attuali proprietà, ma soprattutto dalla volontà dei veronesi stessi di mettersi in gioco e di partecipare direttamente, e non soltanto come tifosi, alle vite delle proprie squadre del cuore.

Trento e Cantù – la prima ha meno di 120mila abitanti, la seconda poco più di 40mila – hanno dimostrato che “si può fare”, che il modello “sta in piedi”. Non è poco.

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