Calcio

DisastrItalia: il calcio Azzurro ancora fuori dai Mondiali

01 Aprile 2026 · 12:43

(di Alberto Cristani)

Il 31 marzo 2026 resterà scritto con inchiostro amaro nella storia del nostro calcio: l’Italia perde con la Bosnia ed è nuovamente fuori dal Mondiale. E’ la terza volta consecutiva.
Un colpo al cuore sportivo di un intero Paese, simbolo di una crisi che non si può più negare.
Basta alibi, servono responsabilità: ecco che le dimissioni di Gravina e dei vertici della FIGC sono dovute e non doverose
Non c’è più tempo per parole di circostanza. Quando una squadra cade tre volte nello stesso burrone, non si può parlare di sfortuna, di arbitraggi avversi, di tifo contro o di terreno di gioco non in perfette condizioni: qui è il sistema che non funziona.
Attenzione però: la colpa non si deve fermare ai piani alti della FICG. È l’intero movimento calcistico italiano a mostrarsi fragile, stanco, incapace di costruire un’identità. Un corpo senza anima, che vive di riflessi e nostalgie.
Le società inseguono risultati immediati, guardano all’estero per trovare i giovani “già pronti”. Crescere talenti italiani, invece, richiede tempo, coraggio e fiducia — parole che nel calcio moderno sembrano fuori moda.
Così la Nazionale si ritrova senza linfa, senza un vivaio da cui attingere.

Il peso della memoria

Il calcio italiano continua a specchiarsi nei ricordi che, anno dopo anno, sono sempre più lontani.
Oggi l’Italia non è più una potenza del calcio mondiale. Continuare a vivere nel mito del passato significa negare il presente e bloccare il futuro.
Ma c’è un segnale che fa ancora più paura: il calcio non è più il sogno dei ragazzi; è sicuramente un bene vedere giovani che sperimentano e si aprono a nuove discipline ma per il calcio italiano, questo, è un allarme rosso.
Non è più solo una questione di mancate qualificazioni ai Mondiali: qui si parla di una perdita di identità. E forse, di amore.

DALLE STELLE ALLE STALLE: HELLAS E VIRTUS, CHE DISASTRO!

Le toppe di Gravina

Gravina, nella conferenza stampa post partita, ha provato a metterci una toppa, ma il risultato è stato peggio del buco. Per presidente della FIGC, infatti, il calcio non si può paragonare agli altri sport perché è “professionistico”, mentre gli altri sarebbero “dilettantistici”. Tradotto: se il calcio va male, la colpa non è di chi lo gestisce.
Peccato che sia una giustificazione che non sta in piedi. Se oggi sport come pallavolo e tennis funzionano lo devono essenzialmente ad una organizzazione moderna e idee chiare, oltre a risultati e pubblico in crescita. Altro che dilettanti.
Gravina sembra più interessato a trovare alibi che a cambiare davvero le cose.
Come se non bastasse, dopo poco, il ‘pres’ cala l’asso pigliatutto: ammette la crisi — perché negarla sarebbe ridicolo — ma subito punta il dito contro la politica, colpevole di chiedere dimissioni. Un classico scaricabarile. Intanto, dopo l’ennesima figuraccia, nessuno si muove.

Azzerare e ripartire, subito

Il quadro è chiaro: nessuno si assume la responsabilità di questa figuraccia. Una dirigenza che non capisce — o finge di non capire — che il calcio italiano sta perdendo pezzi, credibilità e soprattutto le nuove generazioni. E finché a comandare sono quelli che cercano scuse invece di soluzioni, il declino non è un rischio, è una certezza. Il calcio italiano – dalla FICG ai campetti di periferia – deve trovare il coraggio di guardarsi allo specchio e cambiare tutto. Non bastano le riforme, non basta “svecchiare i vertici”. Serve una rifondazione culturale: passione, educazione sportiva, visione.
L’Italia del calcio oggi tocca il fondo, ma proprio da qui, se lo vuole, può ritrovare il punto di partenza.
Perché il vero pericolo non è solo smettere di vincere, è smettere di ‘contare’ e di emozionare.

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