Diario di una serata speciale, ovvero come raccontare un evento che supera le parole: in Arena di Verona, per una notte, il mondo si è fermato a celebrare i Giochi Olimpici Invernali
(di Alberto Cristani)
Certi eventi vanno metabolizzati. Non si possono commentare a caldo — non sarebbe onesto farlo. L’emozione sfuma la lucidità, e la lucidità è l’unica cosa che permette di rendere giustizia a ciò che si è vissuto. Ho aspettato che il silenzio della notte diventasse silenzio del mattino, che la testa si raffreddasse, che il cuore smettesse di battere a quel ritmo strano che certi momenti ti lasciano dentro anche quando sei già a letto, al buio, con gli occhi chiusi.

Solo adesso mi sento pronto a raccontare la cerimonia di chiusura di Milano-Cortina 2026. E devo essere onesto fin da subito: non so se ci riuscirò davvero. Ogni aggettivo che provo ad associare a quello che ho vissuto mi sembra automaticamente riduttivo, quasi banale. Come si fa a descrivere qualcosa che hai sentito prima ancora di averlo visto? Ci proverò lo stesso, consapevole che qualcosa andrà perso per strada. Inevitabilmente.
Verona era già diversa
Mi sono avvicinato a Piazza Brà con calma, senza fretta, lasciandomi portare dall’aria che già si respirava per le strade. Verona era diversa: più viva, più densa, con quella vibrazione sottile che hanno le grandi occasioni — quella che senti sulla pelle ancora prima di capire da dove viene.
I varchi di sicurezza, le navette, i controlli: tutto ha funzionato con una precisione che non ti aspetti sempre, non in Italia, non in un evento di questa portata. Ma la sorpresa vera — quella che scalda il cuore prima ancora che cominci lo show — è stata la gentilezza: volontari ovunque, sorridenti, disponibili, pronti a risponderti come se la tua domanda fosse la cosa più importante del mondo in quel momento.
Chi frequenta eventi sportivi sa di cosa parlo: troppo spesso fare una semplice domanda sembra quasi un disturbo. Ieri sera, invece, ci si sentiva attesi. I benvenuti. Ed è una sensazione che non è per scontata, credetemi.
Quelle pietre che raccontano storie
Varcato l’ultimo tornello, mi sono fermato. L’Arena di Verona di notte è una cosa che toglie il respiro: quelle pietre antichissime, quel cielo aperto sopra la testa, la luce calda che riempie l’aria di un’atmosfera fuori dal tempo. Mi sono chiesto, per un secondo, quante storie abbiano attraversato quei gradini nei secoli. Quante voci, quante emozioni, quante serate irripetibili. Ieri sera ne è stata scritta un’altra. Forse una delle più belle.

Ho aspettato oltre un’ora sulle gradinate senza sentire passare nemmeno un minuto, guardando il palco allestito al centro dell’arena, i cerchi olimpici che brillavano nella luce della sera, la gente intorno a me. Era già uno spettacolo così. Poi, alle 20:30, è iniziato tutto. Puntuale. Come si conviene. Soprattutto quando ci sono di mezzo le dirette tv.
Un inizio in salita, poi la magia
Devo essere onesto: i primi minuti mi hanno un po’ deluso. L’apertura ha puntato su un registro caotico, con qualche stereotipo italiano di troppo, scene che rischiavano di scivolare nel kitsch patinato da cartolina.
Per fortuna, dopo pochi minuti, la cerimonia ha trovato il suo passo. Come una gara che parte male e poi prende ritmo, anche lo spettacolo ha cambiato marcia. Si è calmato, ha preso fiato, e da lì in poi è stato tutta un’altra cosa.
Margherita Vicario, Davide Shorty e la band Calibro 35 hanno accompagnato con un medley di classici italiani la sfilata degli atleti all’Arena: che bravi!
Applausi agli atleti, molti di più – ovviamente – al Team Italia, una squadra Azzurra da record!
E poi le note dell’inno nazionale suonato dal grande Paolo Fresu, un attimo di silenzio collettivo, quella musica che conosci da sempre ma che in certi momenti riesce comunque a farti venire un nodo alla gola che non ti aspettavi.
Il balletto di Roberto Bolle, accompagnato dalla voce di Joan Thiele, ha fatto il resto: bellezza pura, assoluta, per una performance che ha racchiuso tradizione e innovazione, uno di quei momenti che non si spiegano, si sentono e basta.
L’Italia che mantiene le promesse
Il presidente Fondazione Milano Cortina 2026 Giovanni Malagò, nel suo discorso vibrante, ha celebrato l’Italia: “Grazie Italia, hai mantenuto le promesse! Questa edizione ha aperto un nuovo capitolo nella storia olimpica”.
Esaltata la multiterritorialità, un modello innovativo che ha portato i Giochi di Milano Cortina 2026 nelle piazze italiane, unendo comunità lontane in un abbraccio unico.
Miliardi di spettatori globali hanno scoperto l’Arena in tutta la sua maestosità, invidiata in tutto il mondo: non più solo tempio lirico, ma arena universale di emozioni collettive.

Un’arena che il mondo ci invidia — e forse non lo sappiamo abbastanza
Miliardi di spettatori collegati da ogni angolo del pianeta hanno visto l’Arena di Verona in tutta la sua maestosità. Chi non la conosceva se ne è innamorato. Chi la conosceva già l’ha vista sotto una luce completamente diversa — finalmente libera dall’etichetta di tempio esclusivo dell’opera lirica. Quella sera era qualcosa di più grande. Era uno spazio universale, capace di contenere qualsiasi forma di emozione collettiva.
Ce la invidiano in tutto il mondo. Ed è forse arrivato il momento di rendercene conto davvero anche noi, e di avere il coraggio di usarla con più fantasia, con più ambizione. Questa notte può essere — deve essere — un punto di partenza.
Un arrivederci, non un addio
Quando le luci si sono abbassate, dopo un aver ascoltato e mosso i piedi a ritmo della musica dance di Gabri Ponte e dei Major Lazer, e dopo la performance di Achille Lauro (bravo ma forse fuori contesto), mi sono alzato in piedi e ho applaudito per ringraziare chi ci ha emozionato, in pista, in Arena e chi ha permesso che tutto questo accadesse.
Quello che ho vissuto all’Arena di Verona non è stato solo uno spettacolo ma, soprattutto, la chiusura di un capitolo che ci ha tenuto compagnia, ci ha fatto sognare, ci ha ricordato che lo sport vero — quello fatto di fatica e di passione genuina — è ancora capace di unire le persone come poche altre cose al mondo.
Anche perchè dal 6 marzo si ricomincia e l’Arena di Verona tornerà al centro del mondo per la cerimonia d’apertura dei Giochi Paralimpici. E lo farà, se possibile, in modo ancora più speciale.
Perché quella sera quelle pietre antiche diventeranno il simbolo di qualcosa che troppo spesso resta solo uno slogan vuoto: l’inclusione vera, quella concreta, quella che si vede e si tocca.
Niente retorica, niente dichiarazioni di facciata — solo sport, emozione e umanità, sotto lo stesso cielo aperto di sempre. Ci saranno ancora brividi. Ci saranno ancora emozioni.
E l’Arena, ancora una volta, sarà pronta ad accoglierle tutte.






