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Mazzieri: “Dopo il WBC, il baseball italiano può crescere ancora”

17 Aprile 2026 · 9:28

di Alberto Cristani

Negli ultimi anni il baseball italiano ha vissuto una fase di rinnovato entusiasmo e crescente credibilità internazionale, culminata nelle ottime prestazioni della Nazionale azzurra al World Baseball Classic. Un percorso che ha riacceso l’interesse attorno a tutto il movimento, mettendo in evidenza non solo il talento degli atleti, ma anche il lavoro strutturale portato avanti dalla Federazione.

In questo contesto, abbiamo intervistato, Marco Mazzieri, ex giocatore e allenatore di baseball, da novembre 2024 presidente della FIBS. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato di salute del baseball italiano; dalla valorizzazione dei giovani alla competitività dei campionati nazionali, passando per le strategie di sviluppo e le ambizioni future.

Presidente Mazzieri, il baseball, anche grazie all’ultimo World Baseball Classic, ha avuto grande visibilità. Si aspettava un riscontro del genere?
Dire che ce lo aspettavamo sarebbe probabilmente eccessivo. Però eravamo consapevoli di aver costruito un gruppo composto da persone davvero speciali, che poi sul campo si sono dimostrate anche giocatori di grande valore. La cosa che più mi ha colpito, al di là degli aspetti tecnici, è stata l’energia che si respirava: motivazione, entusiasmo, spirito di sacrificio e una grande gioia di stare insieme fin dal primo giorno di raduno, il 1° marzo. In pochissimo tempo, pur partendo da una conoscenza reciproca limitata, sono riusciti a creare qualcosa di forte e autentico. Questo, dal mio punto di vista, è stato l’aspetto più straordinario.

Quanto ha inciso il World Baseball Classic in tutto questo percorso?
Tantissimo. Il World Baseball Classic è un evento unico nel suo genere, perché è l’unico in cui i grandi giocatori di Major League possono partecipare con le rispettive nazionali. Negli altri tornei, infatti, i giocatori inseriti nei roster delle squadre MLB non sono disponibili, soprattutto per questioni assicurative. In questo caso, invece, l’organizzazione garantisce la copertura necessaria, permettendo così a ogni nazionale di schierare il meglio a disposizione. Questo alza inevitabilmente il livello tecnico e competitivo. Noi avevamo un mix molto interessante: da una parte giocatori affermati, dall’altra tanti giovani selezionati con grande attenzione dal manager Francesco Cervelli e dal general manager Ned Colletti. Il risultato è stato un gruppo coeso, che ha saputo esprimersi molto bene. Anche l’atmosfera vissuta tra Houston e Miami è stata qualcosa di davvero speciale.

Ha parlato di gruppo e identità. Dove nasce questa alchimia?
Nasce da lontano. Io ho contattato Cervelli e Colletti il giorno dopo la mia elezione, il 16 novembre 2024, proprio perché era chiaro che serviva una ricostruzione profonda. Venivamo da anni non particolarmente brillanti e avevamo bisogno di dare alla nazionale un’identità precisa, riconoscibile anche all’estero. Abbiamo deciso di partire dalle persone, ancora prima che dai giocatori. L’idea era quella di costruire una squadra che rappresentasse davvero l’italianità: creatività, passione, stile, ma anche senso di appartenenza. Tutti elementi che poi si sono tradotti anche in dettagli simbolici, come la macchinetta del caffè nello spogliatoio, i festeggiamenti dopo i fuoricampo o la condivisione di prodotti italiani. Possono sembrare aspetti secondari, ma in realtà contribuiscono a creare un senso di unità e appartenenza molto forte. E alla fine sono proprio queste cose che restano nel tempo, al di là dei risultati.

Tra i protagonisti c’è stato anche il veronese Samuel Aldegheri, una delle sorprese più belle…
Assolutamente sì. E devo dire che parlarne mi emoziona ancora. L’idea di schierarlo come lanciatore partente nella prima partita era nata già più di un anno prima del torneo. Sappiamo tutti quanto sia importante l’esordio in competizioni di questo livello, e lui ha risposto in maniera straordinaria. Contro il Brasile ha fatto una prestazione eccellente, non solo dal punto di vista statistico ma soprattutto per la personalità, la gestione della pressione e il controllo del gioco. Ha poi lanciato anche nei quarti di finale contro Porto Rico, confermando il suo valore. Purtroppo abbiamo dovuto fare i conti anche con alcune assenze pesanti per infortunio, ma questo ha dato spazio ad altri ragazzi che si sono fatti trovare pronti.

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Guardando al movimento in Italia, quali sono le prospettive?
La situazione è complessa. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato un calo significativo delle nascite e questo inevitabilmente incide su tutti gli sport, soprattutto quelli meno diffusi. Oggi ci sono meno bambini e molte più discipline che competono per attirare la loro attenzione. Nonostante questo, riusciamo a mantenere un buon livello qualitativo e abbiamo una generazione molto interessante di giovani, in particolare tra il 2005 e il 2009. Su di loro puntiamo molto. Però dobbiamo fare un salto di qualità nella capacità di attrarre nuovi praticanti e, soprattutto, di accoglierli nel modo giusto. La formazione dei tecnici sarà fondamentale per trasmettere passione e creare un ambiente stimolante.

La visibilità può fare la differenza?
Senza dubbio. Il percorso della nazionale ci ha dato una grande esposizione mediatica, soprattutto televisiva, e questo è un fattore chiave. Quando uno sport entra nelle case delle persone diventa più familiare, più accessibile. Ora la sfida sarà mantenere viva questa attenzione anche al di fuori dei grandi eventi, attraverso iniziative sul territorio e campagne promozionali mirate.

E il lavoro nelle scuole?
È un aspetto su cui investiamo da tempo. Il baseball, così come il softball e il baseball5, riesce a coinvolgere molto i bambini, soprattutto nella fase iniziale. Il problema è spesso il passaggio dalla scuola alla società sportiva, perché non sempre ci sono strutture facilmente raggiungibili. È lì che dobbiamo migliorare, creando un collegamento più diretto tra attività scolastica e pratica sportiva.

Il Veneto e Verona che ruolo hanno in questo contesto?
Il Veneto è una delle realtà più importanti per il nostro movimento, sia per quantità che per qualità. A livello giovanile esprime squadre molto competitive e c’è un’attività diffusa e ben organizzata. Verona, in particolare, è una piazza significativa, con una tradizione solida e un ambiente molto accogliente. Come federazione torniamo sempre volentieri lì e anche quest’estate prevediamo di organizzare eventi con le nazionali proprio in quella zona.

Possiamo quindi darci appuntamento a Verona?
Direi proprio di sì. Per me sarà anche un piacere personale, visto il legame che ho con la città (la figlia Martina gioca a pallamano in serie A2 con l’Olimpica Dossobuono n.d.r.). Sarà l’occasione per ritrovarci e fare il punto su come sta evolvendo il baseball italiano.

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