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Michael Cooper: “Noi Lakers eravamo una famiglia, ecco il nostro segreto”

10 Ottobre 2025 · 19:51

Cinque titoli NBA, nove finali giocate e una carriera costruita sulla difesa, quella che per Michael Cooper è sempre stata “la chiave per restare ai vertici”. Ospite al Festival dello Sport di Trento, la leggenda dei Los Angeles Lakers ha raccontato la sua storia con l’entusiasmo e la serenità di chi sa di aver lasciato un segno profondo, non solo nella pallacanestro americana ma anche nella memoria collettiva di un’epoca.

(Photo by Allen Berezovsky/Getty Images)

“Giocare con i Lakers era come giocare con i tuoi fratelli – ha detto Cooper – C’era un legame speciale, un senso di appartenenza. Ogni stagione imparavamo qualcosa di nuovo gli uni dagli altri, e quando ci guardavamo negli occhi sapevamo già cosa fare”. Quella chimica di squadra, quella fratellanza, è stata la base del mito dello Showtime: una squadra capace di unire spettacolo, talento e spirito competitivo in una delle ere più iconiche della NBA.

Scelto nel 1978 con la sessantesima chiamata al draft – un numero che oggi non esiste più – Cooper non si aspettava di poter davvero entrare in NBA. Quella chiamata lo colse di sorpresa, ma fu l’inizio di un percorso straordinario, alimentato dalla fiducia che Jerry West e i Lakers riposero in lui. Da quel momento iniziò la scalata di un giocatore che, partendo dal basso, arrivò a marcare mostri sacri come Larry Bird, Julius Erving e Michael Jordan, trasformandosi nel peggior incubo di chiunque si trovasse di fronte.

La sua forza è sempre stata la difesa, quella capacità di anticipare l’avversario e leggere le partite come pochi. “Ho capito che la difesa sarebbe stata la mia arma già al college – ha ricordato – Guardavo i migliori, studiavo ogni loro mossa, persino cosa mangiavano a colazione”. Una dedizione che nel 1987 gli valse il premio di Defensive Player of the Year, riconoscimento che ancora oggi lo riempie d’orgoglio: “Non volevo essere una star, volevo solo fare la mia parte. Ma vincere quel titolo resta un momento speciale”.

Accanto a lui, negli anni dello Showtime, c’erano nomi che hanno fatto la storia: Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy. Cooper li cita con affetto, come vecchi amici. “Magic era sempre sorridente, sapeva unire tutti. Aveva un’energia contagiosa, era più giovane ma già sapeva tutto del gioco”. Di Kareem, invece, ricorda la saggezza e anche qualche scherzo di spogliatoio: “Una volta gli abbiamo tagliato i jeans per il compleanno. Lui se l’è legata al dito e mi ha ripagato… con una ceretta improvvisata in aereo!”.

Boston Celtics Bill Walton vs Los Angeles Lakers AC Green, Mychal Thompson, Michael Cooper in the 1987 NBA Finals at the Los Angeles Forum

Nella memoria di Michael Cooper Cooper, però, c’è anche la rivalità più leggendaria della storia NBA: quella tra Lakers e Celtics. “Non sopportavo molti di loro, ma c’era rispetto. Larry Bird era un avversario incredibile, lo studiavo in ogni dettaglio”. Boston contro Los Angeles non era solo basket, era America contro America, due filosofie opposte che si sfidavano per il dominio del gioco. “Quando li affrontavamo alle Finals, sapevamo che il mondo ci stava guardando. E vincere contro di loro era qualcosa che andava oltre il trofeo”.

Michael Cooper: «Il mio legame con l’Italia»

Oltre all’esperienza NBA, Cooper ha anche un legame particolare con l’Italia, dove chiuse la carriera con la Virtus Roma nel 1990-91. “Giocare a Roma è stato un sogno. La mia famiglia era felice, amavo la città e la gente. Non ho imparato bene l’italiano, ma mi sono divertito tantissimo”. Una parentesi breve ma intensa, che gli ha lasciato ricordi indelebili e un legame sincero con il nostro Paese.

Terminata la carriera da giocatore, Michael Cooper ha continuato a vincere da allenatore, conquistando due titoli WNBA con le Los Angeles Sparks. “Allenare le donne è stata un’esperienza fantastica – ha spiegato –. Sono più furbe, più strategiche. Ho imparato tanto da loro”. Oggi lavora come ambasciatore dei Lakers e porta avanti progetti educativi per i giovani, convinto che lo sport possa ancora insegnare molto. “Dico sempre ai ragazzi: il basket è un gioco, ma ricordate che non siete solo atleti, siete persone. C’è una vita oltre il campo”.

Quando parla del significato di essere nella Hall of Fame, Cooper mostra una sincera umiltà. Spiega che non ha mai vissuto il basket come una ricerca personale di gloria, ma come un gioco di squadra, dove il successo nasce solo dalla somma degli sforzi collettivi. Racconta di aver dato tutto sé stesso, ogni goccia di energia, trovando la sua più grande soddisfazione non nei trofei individuali, ma nella consapevolezza di aver contribuito a qualcosa di più grande di lui.

E se dovesse descriversi in tre parole? Ci pensa un attimo, poi sorride: “Magico, di valore e coraggioso”. Tre parole che, a sentirlo parlare, raccontano perfettamente non solo il giocatore, ma anche l’uomo. Quello che, più di trent’anni dopo, continua a difendere la sua eredità con la stessa tenacia di sempre.

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