(di Rocco Fattori Giuliano) Quando Marco Belinelli sale sul palco del Festival dello Sport, l’applauso è spontaneo. Non è solo per i trofei o per le sue triple diventate un marchio di fabbrica sui parquet dell’NBA, ma per il percorso di un atleta che ha saputo unire due mondi, portando un pezzo d’Italia nella lega più competitiva del pianeta. Accanto a lui c’è Matteo Soragna, compagno di Nazionale e voce lucida di una generazione che ha vissuto in pieno la trasformazione del basket italiano.

Belinelli, che ha annunciato il ritiro dal basket giocato nell’estate 2025, oggi è brand ambassador e basketball advisor della Virtus Bologna e commentatore per Sky Sport Italia. Guarda al passato con serenità, raccontando di come, da ragazzo di San Giovanni in Persiceto, sognasse solo di migliorare un po’ ogni giorno. Nessuna certezza, solo la passione e la fiducia che il lavoro potesse davvero aprire le porte più alte. Poi arrivò la chiamata che gli cambiò la vita: l’NBA. Da lì, anni intensi tra Golden State, San Antonio e le altre tappe americane, fino al titolo con gli Spurs nel 2014, un traguardo che resta inciso nella memoria di ogni tifoso italiano.

Nel 2018, con la maglia dei Philadelphia 76ers, ha firmato il suo massimo in carriera nei playoff: 25 punti in gara 1 contro Miami, trascinando la squadra alla vittoria. Ma la sua bacheca non brilla solo d’America: in Italia ha vinto tre campionati – uno con la Fortitudo Bologna e due con la Virtus – oltre a quattro Supercoppe (una con la Fortitudo e tre con la Virtus), una Coppa Italia e un’ EuroCup, sempre con la maglia bianconera.

Con la Nazionale ha lasciato un segno profondo: 2258 punti in 154 partite, quarto miglior realizzatore azzurro di sempre. Eppure, in una carriera fatta di trionfi e record, resta un piccolo rammarico: non aver mai conquistato una medaglia con l’Italia, nonostante una generazione di grande talento e potenzialità. È l’unico “canestro” mancato a un giocatore che, per oltre vent’anni, ha saputo incarnare la fame, la dedizione e la passione che rendono il basket una forma d’arte.
Marco Belinelli: “Alla Virtus ho dimostrato di non essere un pensionato”
“L’inizio della mia carriera in Nazionale è stato un momento emozionante, che mi ha fatto conoscere in tutto il mondo – spiega Marco Belinelli -. Devo dire che in Nazionale ho sempre cercato di entrarci in punta di piedi, prendendo ispirazione dai miei compagni che avevano già vinto tanto, come Teo (Matteo Soragna) e Baso (Gianluca Basile). Ho cercato di portare freschezza e il mio talento, ma la vera fortuna è stata la presenza di un allenatore come Charly (Carlo) Recalcati, che mi ha dato la possibilità di giocare e di sbagliare”.
Parla con calma, senza enfasi, ma ogni parola pesa. Spiega che il vero salto non è stato solo tecnico, ma mentale: abituarsi a una cultura diversa, a un modo nuovo di vivere lo sport. Negli Stati Uniti, dice, il basket è un lavoro totale, che richiede disciplina e concentrazione assoluta. La pressione è costante, ma è proprio quella a farti crescere. È lì che ha capito quanto conti l’aspetto mentale, la cura del dettaglio, la capacità di mantenere equilibrio anche nei momenti più duri.
Accanto a lui, Matteo Soragna ha ricordato gli inizi condivisi con Belinelli, quando il talento del giovane esterno era già evidente e faceva intuire un futuro importante. Nel ripercorrere quegli anni, ha sottolineato l’evoluzione costante del compagno: “Marco, consapevole della sua bravura, ha saputo crescere, anno dopo anno, stagione dopo stagione, sia come sportivo che come persona”. Soragna riflette su quanto il percorso di Belinelli abbia inciso su tutto il movimento italiano. Non solo per i risultati, ma per il messaggio che ha trasmesso: che il talento italiano può competere con chiunque, se supportato da mentalità e sacrificio.
Belinelli sottolinea come il ritorno alla Virtus non sia stato un passo indietro, ma una scelta di cuore. “Ho dimostrato che non ero tornato “da pensionato” ma per mettermi ancora in gioco e per vincere”. Da pochi mesi però, a 39 anni, Marco Belinelli ha lasciato il basket. “Quando ho annunciato il ritiro e ho sentito l’affetto di così tante persone, allora mi sono reso conto di cosa ho lasciato al basket. Non solo in campo ma anche e soprattutto come persona. Questa per me è la cosa che conta di più”. A Bologna ha trovato un progetto solido, un ambiente che vive di pallacanestro, e la possibilità di restituire qualcosa a quel movimento che l’ha visto nascere.
Durante l’incontro, Belinelli e Soragna ricordano le partite in Nazionale e la magia di un gruppo che sapeva lottare su ogni pallone. C’è spazio anche per una riflessione più personale. Belinelli racconta quanto sia stato importante, nella sua carriera, imparare a gestire la pressione e le critiche. Dice che non tutto è stato facile, che ci sono stati momenti difficili, ma che proprio lì si costruisce il carattere di un atleta. La mentalità, spiega, è ciò che distingue chi si accontenta da chi lascia davvero il segno.
Il campione NBA chiude l’incontro con un messaggio ai nuovi atleti: “Ai più giovani, lascio un sogno. Fate in modo che valga la pena”. Alla fine, il pubblico saluta, non solo l’atleta, ma l’uomo. Quello che ha imparato a guardare oltre il parquet, a capire che lo sport è anche un modo per ispirare, per trasmettere un modello di impegno e determinazione.





