(di Donato Cafarelli)
Sono pochi gli atleti ad aver salutato il proprio sport con ancora addosso il sapore dolce della vittoria. A loro il 26 ottobre si è aggiunto Elia Viviani, oro nell’Eliminazione ai Mondiali di ciclismo su pista di Santiago del Cile. Un’ultima affermazione per “il Profeta” che, in 16 anni tra i professionisti, ha tracciato un cammino per chi vuole alternare strada e pista. Un percorso brillante come l’oro olimpico di Rio 2016 nell’Omnium, i 3 titoli mondiali e 8 europei su pista. Ai quali vanno aggiunte le 90 vittorie su strada, tra cui 9 tappe nei grandi giri, un campionato italiano e uno europeo. L’addio ufficiale sarà alla 6 Giorni di Gand, poi niente di competitivo: «Se mi vedrete a qualche gravel è solo per partecipare».

Per Elia Viviani si parla di un ruolo in Nazionale, e non potrebbe essere altrimenti per un atleta che ha sempre saputo leggere la situazione del ciclismo nostrano, oggi tra la preoccupazione di non avere una squadra World Tour e l’ottimismo sui futuri talenti, da preservare con la stessa cura con cui si è permesso al suo di sbocciare dal primo anno tra i grandi. Un talento legato alla sua Vallese di Oppeano e a Verona – «Sono innamorato della nostra città. Spero che tutti siano orgogliosi di quello che ho potuto fare rappresentando i veronesi in giro per il mondo» – che si è raccontato tra passato e futuro nella nostra intervista.
Come hai trascorso queste prime settimane post-ritiro?
La prima è stata la più intensa. Realizzare quello che ho fatto è stato fantastico, quindi me la sono goduta al mare con mia moglie e i miei amici. Il feeling da atleta ritirato c’è, però con piena serenità. La routine cambierà probabilmente dal lunedì dopo Gand.
Una nuova normalità insieme a tua moglie, Elena Cecchini, che continuerà fino a fine 2026.
Abbiamo optato per un cambiamento non troppo drastico, in più lei ha la motivazione di continuare e la squadra la voleva a tutti i costi un altro anno. Sono felice per lei. Andrò ancora in bici per accompagnarla nei suoi allenamenti se ce la farò [ride].
Si parla sia di un ruolo in Nazionale che col team Ineos, hai preso una decisione?
Dicembre sarà un mese dove verranno comunicate un po’ di cose. Sto cercando l’equilibrio giusto per fare quello che mi diverte nel migliore dei modi e continuare a trasmettere la mia esperienza.
Tra il Giro del Veneto e l’oro di Santiago non potevi finire meglio. L’ultimo giro al mondiale com’è stato?
C’era più da pensare allo sprint per vincere e mettere il fiocco a questa carriera. Quel giorno l’ho sentito proprio a livello nervoso. Ho pensato che era l’ultima volta che avevo questa sensazione di paura, tensione e cattiveria agonistica. Però mi sono goduto le emozioni. Al Giro del Veneto è stato bello passare sulle Torricelle, che ho fatto per la prima volta nel 1999 per andare a vedere i Mondiali. Non c’è un modo bello per smettere perché purtroppo gli anni passano. C’è un inizio e una fine, però avrei voluto fare il ciclista per tutta la vita.
C’è stato un anno in cui unire strada e pista è stato particolarmente difficile?
Gli anni olimpici. Nel 2016 mi è dispiaciuto non poter puntare al Mondiale su strada di Doha. In quegli anni, avendo dato priorità all’Olimpiade, qualcosa su strada ho lasciato. I primi anni è stato difficile dimostrare che ne valeva la pena. Poi nel ciclismo moderno c’è molta più preparazione, si riducono i periodi di picco e ho dovuto anche adattarmi a questo.
Di cosa ti senti più orgoglioso per aver contribuito alla crescita del movimento italiano su pista?
Di essere stato d’esempio e pensare a tutta la gente che entra in un velodromo perché io in quegli anni ci ho creduto fino in fondo. Le prossime generazioni arriveranno grazie a Ganna, Milan, Guazzini, Simone e Chiara Consonni. Capisco però di aver dato il primo input. È come una catena dove il primo anello è stato il mio e poi tutti si sono legati.

In questa catena c’è un atleta in cui ti sei rivisto?
Caratteristiche alla mano direi Jonathan Milan. Potenzialmente è più forte di me ed è in questo momento il velocista più forte al mondo. Visto che fa anche pista, mi piacerebbe un passaggio di testimone con lui.
Guardando a Los Angeles 2028, l’Italia di cosa ha bisogno?
Bisognerebbe trovare il modo di evitare la perdita di tanti talenti tra gli juniores e i primi anni Under. Secondo me questo è dato dall’esempio dei grandi fenomeni ma bisogna essere realisti. Il nuovo Merckx è Pogačar e un nuovo Pogačar non ci sarà per i prossimi 50 anni. Far crescere tutti i nostri talenti senza perderli sarebbe già un traguardo importantissimo.
Un giovane Elia Viviani nel ciclismo di oggi come si sarebbe trovato?
Probabilmente non mi sarei trovato male perché ho vinto da subito, dall’altra parte ho fatto le tappe giuste e sono orgoglioso di questo. Sarei stato magari un giovane su cui una squadra avrebbe investito tanto, ma io sono sempre andato passo dopo passo. Ho vinto le mie migliori gare a 27, 28 anni. È stata una crescita regolare, aiutato ovviamente da un sistema che in quel momento funzionava, per poi cercare di stare al vertice il più possibile.
C’è stata una giornata in cui ti sei sentito invincibile?
Quella dell’Italiano o dell’Europeo, dove in una gara piatta sono andato all’attacco. In quelle giornate sentivo proprio che potevo fare tutto quello che volevo. In pista, quei due giorni di Rio dove veramente poteva succedere qualsiasi cosa e probabilmente avrei vinto lo stesso.
Una tappa al Tour, come l’oro di Rio, cambia il modo in cui sei visto anche fuori dal ciclismo. Come hai gestito quindi l’esposizione mediatica?
Sono sempre rimasto con i piedi per terra e dico quello che penso. Il rapporto con la stampa è più difficile quando le cose vanno male ma penso di averlo sempre fatto in modo corretto, ammettendo quando mi mancava qualcosa. Ho imparato, soprattutto con l’arrivo dei social, a non leggere tutto quello che viene scritto perché alla fine ognuno ha le sue idee. Se guardo allo scorso anno probabilmente il 90% delle persone diceva “Non trova squadra, è giusto che smetta” e probabilmente adesso “Elia ha vinto il mondiale!”. Penso che un atleta debba avere delle persone fidate, però poi deve andare per la sua strada.

Annunciando il tuo ritiro hai scritto “mi sono divertito”. Qual è il primo ricordo divertente della tua carriera?
Ricordo in California il primo anno con uno dei più divertenti in gruppo, Francesco Chicchi, che lì anche per cose di marketing giocava a fare il cowboy e quando ha vinto ha esultato “sparando”. Ma ce ne sono tantissimi. Mi sono divertito gli anni in Liquigas, Sky e Quick-Step. Sono stato fortunato ad essere capitato in ambienti super e aver avuto un buon rapporto con tutti i grandi campioni della mia generazione.
Per come si è evoluto, il ciclismo era più divertente allora?
Sì. In questo ciclismo c’è sempre qualcosa da analizzare e pianificare che toglie quelli che erano i momenti conviviali. Per noi comunque divertirsi è andare in bici, quindi diciamo che ha eliminato il contorno. Che sia un po’ più pesante si vede anche da come sono diminuiti i giorni gara. Quando sono passato pro correvamo 90, 100 giorni, adesso una stagione è di 52, 57 giorni.
Ma essere tornato alla vittoria quest’anno al Giro di Turchia ti aveva fatto pensare di continuare?
Volevo dimostrare di essere ancora competitivo. Nella mia testa l’accordo con il manager Stéphane Heulot era fare un anno motivato e magari fare il Giro nel 2026. Quando è arrivato internamente l’annuncio della fusione ho capito che continuare era praticamente impossibile e a quel punto ho cercato il piano di uscita migliore.
L’Elia bambino che andava a vedere il Mondiale nel 1999 si sarebbe mai sognato tutto questo?
No, assolutamente no. Ho realizzato il primo anno da professionista. La prima cosa che mi hanno detto era “Azzera tutto quello che hai fatto fino adesso”, che era guadagnarsi il professionismo, ma quando in al primo anno, a vent’anni, vinci tre gare… Era solo un primo passo ma ho cominciato a capire che potevo fare qualcosa.
foto: Elia Viviani





